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giovedì 26 settembre 2013

Psicologia e norme sociali come vaccino contro la violenza: un esperimento riuscito

Può l’omicidio essere considerato una malattia psicologicamente trasmissibile?

Sì, a quanto emerge dai risultati ottenuti grazie a CeaseFire,* un ambizioso programma anticrimine fondato sulla teoria che la violenza sia «curabile». Il programma si muove da una prospettiva psicologica assolutamente unica, nel senso che è principalmente indirizzato ai potenziali perpetratori di violenza come forma di rappresaglia piuttosto che a tutti i potenziali perpetratori di violenza tout court. L’equivalente a livello epidemiologico di questa iniziativa potrebbe essere un programma mirato a coinvolgere esclusivamente gli HIV-positivi che sono potenziali diffusori del virus, invece che una fascia di popolazione più ampia.

Un gruppo di educatori sociali (chiamati violence disruptors, «distruttori di violenza») viene formato appositamente per esercitare una pressione socionormativa su quei soggetti che hanno più forti probabilità di ricorrere alla rappresaglia per vendicarsi delle violenze subìte in prima persona o da parenti o amici: è un po’ come bloccare la trasmissione di una malattia prima che contagi un nuovo ospite. Simultaneamente, altri educatori si adoperano per far circolare nelle scuole il messaggio che non c’è niente di «figo» nella vendetta, in modo da creare un clima di pressione sociale che condanni il ricorso alla violenza come forma di rappresaglia. Per diffondere il messaggio antiviolenza il programma ha ingaggiato anche degli ex criminali riabilitati.

I risultati ottenuti alla fine di uno studio durato tre anni sono stati strabilianti: a Baltimora e a Chicago le sparatorie e gli omicidi erano calati rispettivamente del 41% e del 73% (e, secondo gli autori dello studio, per il 17-35% il risultato era da attribuire alla sola azione di CeaseFire). In cinque comunità delle otto prese in esame gli omicidi per faida erano diminuiti del 100%. Nel complesso, a livello statistico si era registrato un calo dei crimini violenti in tutte le comunità. Il programma CeaseFire dimostra che cambiando le norme sociali si ottiene anche un forte cambiamento nei comportamenti. Ciò si spiega col fatto che nel cervello esisterebbe una struttura neuronale associata all’osservanza delle norme sociali.

Messaggi forti (comprese le minacce di punizione) attivano in maggiore o in minor misura questa struttura, determinando specifiche reazioni a livello comportamentale. Sembrerebbe che gli operatori di CeaseFire siano riusciti a trasmettere dei messaggi che hanno attecchito in questa struttura del cervello stimolando un’autentica modifica dei comportamenti.

(tratto da Cosa rende felice il tuo cervello (e perchè devi fare il contrario) / David Disalvo. - Bollati Boringhieri 2013 http://books.google.it/books?id=VZUbAAAAQBAJ )

CeaseFire:
http://www.ceasefirechicago.org/results.shtml
http://cureviolence.org/effectiveness/
http://cureviolence.org/effectiveness/doj-evaluation/
http://cureviolence.org/effectiveness/baltimore-safe-streets-evaluation/
http://cureviolence.org/effectiveness/crown-heights-evaluation/

mercoledì 25 settembre 2013

Come il linguaggio modella la nostra percezione

Scriveva Shakespeare: «Che cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, conserverebbe sempre il suo profumo». Non è necessariamente vero, secondo Lera Boroditsky, professoressa di psicologia a Stanford. Le ricerche di Boroditsky, incentrate sulle differenze grammaticali di genere tra la lingua tedesca e la lingua spagnola, indicano che il genere assegnato da una lingua a un sostantivo ci induce a livello subconscio ad attribuire a quel sostantivo caratteristiche tipiche del suo genere grammaticale.

Si prenda per esempio la parola ponte: in tedesco «ponte» (die Brücke) è un sostantivo femminile; in spagnolo (el puente) è un sostantivo maschile.
Boroditsky ha rilevato che chiedendo di descrivere un ponte, i madrelingua tedeschi utilizzavano termini come «bello», «elegante», «slanciato», mentre alla stessa domanda i soggetti di lingua spagnola rispondevano utilizzando aggettivi come «forte», «solido», «imponente».

Rovesciando la situazione i risultati erano sempre gli stessi.

La parola «chiave» è maschile in tedesco e femminile in spagnolo. Se invitati a descrivere una chiave, i soggetti di lingua tedesca usavano termini come «dentellata», «pesante», «dura», «metallica»; i soggetti di lingua spagnola, invece, utilizzavano parole come «elaborata», «dorata», «graziosa».

Boroditsky ha addirittura inventato una lingua tutta sua, chiamata Gumbuzi, assegnando il genere maschile e femminile ai vari sostantivi, per cercare di dimostrare «ex novo» la sua ipotesi. Dopo appena un giorno di familiarizzazione con la nuova lingua, le descrizioni dei sostantivi fornite dai soggetti partecipanti all’esperimento hanno cominciato a risentire dell’influenza del genere grammaticale.

Lo studio condotto dalla psicologa di Stanford indica che la grammatica che interiorizziamo fin dalla più tenera età condiziona fortemente il nostro modo di vedere il mondo.

(tratto da Cosa rende felice il tuo cervello (e perchè devi fare il contrario) / David Disalvo. - Bollati Boringhieri 2013 http://books.google.it/books?id=VZUbAAAAQBAJ )